RIVIVIAMO LA DAKAR, PRIMA TAPPA DEL W2RC 2026
Scritto da: Riccardo Bianchini
I riflettori sulla 48esima edizione della Dakar si sono spenti e con loro i rombi dei motori, che per ben due settimane hanno animato il deserto saudita. Là, nel luogo dove uomini e donne da tutto il mondo hanno “combattuto” per raggiungere i loro obiettivi, ora non ci sono più le storiche Porsche integrali con livrea Rothmans, le performanti Dacia Sandrider o i potentissimi camion Iveco, ma solo cammelli e la sabbia del deserto.
Acclamati dalla folla gli oltre 800 “fortunati” spalmati nelle varie categorie erano partiti per un percorso a “giro di boa”, il 3 gennaio dalla città marittima di Yanbu. Nel corso della “maratona del deserto”, hanno percorso migliaia di chilometri e toccato diverse città, tra cui la capitale Riyadh – per il rest day di metà gara – fino a tornare il 17 gennaio, dove l’avventura era iniziata. Le 13 tappe totali hanno messo – come da tradizione Dakar – a dura prova tutti i partecipanti, che, affrontando dune gigantesche e condizioni di gara estreme, hanno toccato con mano il motivo per cui la competizione è soprannominata “rally più duro del mondo”.
Per fortuna, ad attenderli all’arrivo il palco con i festeggiamenti, dove tutti i finisher hanno avuto il loro piccolo momento di gloria. La sera, invece, ore piccole, con la festa delle premiazioni, aperta a tutti, dove hanno potuto accedere anche i molti “sfortunati” che, per un motivo o per un altro, non sono riusciti ad arrivare fino in fondo. Dei oltre 400 veicoli partiti, infatti, solo 337 hanno tagliato il traguardo, di cui: 90 moto (11 in RallyGP e 79 in Rally2), 133 auto (61 in Ultimate, 33 in Challenger, 32 in SSV e 7 in Stock), 23 camion e 91 veicoli gareggianti nella Dakar Classic.
La gara: con il margine più ristretto nella storia del rally – due secondi – Luciano Benavides ha trionfato nella classifica generale della Dakar moto, rubando negli ultimi istanti la vittoria a Ricky Brabec. Un momento scioccante dello sport, come quando Greg LeMond batté Laurent Fignon di otto secondi al Tour de France del 1989 o come quando il Manchester United vinse la finale di Champions League del 1999 nei minuti di recupero. Ovviamente il Red Bull KTM Factory Racing è esploso di gioia, mentre il pilota americano del Monster Energy Honda HRC, che ha mancato il tris, ha inghiottito l’amara sconfitta con dignità, accontentandosi del secondo posto.
Sul gradino più basso del podio, a 25 minuti e 12 secondi di distanza da Benavides, Tosha Schareina, anche lui con l’Honda. Per quanto riguarda i piloti italiani, erano sei gli azzurri al via: Paolo Lucci, Tommaso Montanari, Andrea Gava, Tiziano Internò (fondatore del canale Rally POV), Cesare Zacchetti e Mattia Riva. Nella classifica generale ha brillato Tommaso Montanari, conquistando il 21esimo posto e l’11esimo nella categoria Rally2. Anche Tiziano Internò e Andrea Gava si sono comportati bene, dimostrando un’ottima gestione della gara chiudendo entrambi nella top 40 assoluta, rispettivamente in 37esima e 39esima posizione. Ancora più significativo è stato il fatto che tutti gli italiani abbiano visto il traguardo finale: Cesare Zacchetti ha concluso 58esimo, Mattia Riva 63esimo e Paolo Lucci ha chiuso 87esimo.
Spostandoci sulle quattro ruote a vincere è stata la coppia Al-Attiyah/Lurquin, che a bordo della Dacia Sandrider con il tempo di 48 ore, 56 minuti e 53 secondi hanno regalato al marchio rumeno il primo trionfo nel rally-raid. “Ringrazio Fabian Lurquin e tutto il team. Il prossimo anno tre Dacia sul podio. La Dakar è una corsa imprevedibile. Vincere non era scontato neanche con un margine di 15 minuti”, ha affermato il qatariota Al-Attiyah, che ora con sei vittorie nella dakar si trova a metà strada tra leggende del calibro di Ari Vatanen (quattro vittorie) e Stéphane Peterhansel (otto palmares con le auto). A completare il podio ci hanno pensato le Ford di Nani Roma e di Mattias Ekström; quest’ultimo a 14 minuti e 33 secondi dai primi, si è aggiudicato insieme al suo navigatore Emil Bergkvist il gradino più basso del podio arrivando davanti a leggende del calibro di Loeb, arrivato quarto, e Sainz, arrivato quinto. Quattro gli italiani presenti nella Dakar auto: i fratelli Silvio e Tito Totani, Maurizio Gerini (navigatore di Laia Sanz) e Rebecca Busi alla sua quarta Dakar, unica italiana nel Challenger.
A trionfare nelle altre categorie? Nel Challenger lo spagnolo Pau Navarro, che ha dominato con 23 minuti di vantaggio su Yasir Seaidan. Nella SSV, a primeggiare è stato l’americano Brock Heger. Nella categoria Stock, tutti si aspettavano un trionfo di Peterhansel, ma problemi meccanici nella seconda settimana gli sono costati il podio. A trionfare nella classe dedicata alle auto di produzione sono stati il giovane lituano Rokas Baciuška e il navigatore Oriol Vidal a bordo del Land Rover Defender Rally D7X-R. Nella categoria Truck a trovare la nota giusta è stato Vaidotas Žala, che al suo secondo tentativo alla guida in un camion ha conquistato la vittoria. Italiani anche qui, con il camion numero 610, presenti: Claudio Bellina alla sua 19esima Dakar, Bruno Gotti e Marco Arnoletti.
Nonostante i vincitori della Dakar Classic siano stati Karolis Raisys e Christophe Marques, al volante di una storica Land Rover 109 Serie III Station Wagon, a fare notizia è stata la forte presenza degli azzurri: 53, più della metà dei partecipanti totali. Tra i concorrenti della Classic anche due rappresentanti della Federazione Automobilistica Sammarinese: Simone Casadei, navigatore su un Iveco a trazione integrale, e Guido Guerrini, campione del mondo (come pilota) della FIA ecoRally Cup nel 2025, navigatore su una Porsche 959. Tra i paesaggi della Dakar spazio anche per i veicoli a carburante alternativo. La terza edizione della Dakar Future Mission 1000 è stata vinta da Jordi Juvanteny a bordo del camion Kh7-Ecovergy e con le e-bike a trionfare è stato Arctic Leopard Galicia.
“I sogni sono cibo per l’anima, come il cibo è cibo per il corpo”, affermava il poeta brasiliano Paulo Coelho, e a pochi giorni dall’epilogo della “sfida delle sfide” sono molti quelli che si chiedono già come fare per tornare il prossimo anno, come Casadei che ha affermato: “Appena sono tornato a casa, subito dopo aver abbracciato i miei figli, mi sono seduto a pensare come tornare nel deserto nel 2027”.
Credit: media.thesandriders.com (Web)

