Categorie: Altri Rally
ALEX ZANARDI, L’ATLETA CHE NON HA MAI MOLLATO
3 Maggio 2026
Redazione
Scritto da: Nicola Salatino
Certe persone non lasciano semplicemente un ricordo, lasciano una direzione. Il leggendario Alex Zanardi è stato una di quelle. La notizia della sua scomparsa non è solo la perdita di un fuoriclasse, ma la fine terrena di una storia che, però, continuerà a vivere ovunque qualcuno deciderà di non arrendersi.
Scrivere di Zanardi senza cadere nella retorica è difficile. Non perché manchino le parole, ma perché lui stesso ha sempre rifuggito le etichette facili; eroe, simbolo, esempio. Era tutto questo, certo, ma era soprattutto una persona concreta, ironica, capace di sdrammatizzare anche quando la vita sembrava aver esagerato. Ed è proprio da qui che bisogna partire.
Alex era un campione nello sport. Questo è indiscutibile. Le sue vittorie nel campionato CART negli Stati Uniti, i duelli memorabili, la capacità di guidare al limite senza perdere lucidità. Tutto questo lo ha reso uno dei piloti più rispettati della sua generazione. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo. Perché la carriera sportiva di Zanardi, per quanto straordinaria, è solo il primo capitolo della sua grande storia.
Il punto di svolta arriva nel 2001, sul circuito del Lausitzring. L’incidente è devastante. In un attimo, la vita cambia direzione in modo brutale. La perdita di entrambe le gambe avrebbe potuto rappresentare la fine di tutto: carriera, sogni, identità. Per molti sarebbe stato così. Per lui no. E qui emerge il vero Zanardi.
Non c’è stato un momento preciso in cui Alex ha “deciso” di essere forte. Non è una favola costruita a posteriori. È stato un processo, fatto di dolore, di adattamento, di scelte quotidiane. La differenza è che lui ha scelto, ogni giorno, di non fermarsi. Non perché fosse facile. Ma perché, come ha detto più volte, arrendersi non era un’opzione interessante.
Il ritorno alle corse, con le protesi, è stato qualcosa che andava oltre lo sport. Non era solo dimostrazione tecnica o spettacolo. Era un messaggio, il limite è spesso più mentale che fisico. Quando è tornato a guidare, non lo ha fatto per dimostrare qualcosa agli altri. Lo ha fatto perché era ancora parte di ciò che amava. E poi è arrivato un altro capitolo, forse il più potente: il paraciclismo.
Qui Zanardi ha riscritto ancora una volta le regole. Le medaglie paralimpiche, le vittorie, i record. Tutto straordinario. Ma ancora una volta, non è questo il punto centrale. Ciò che colpiva era il modo in cui parlava della sua condizione. Non come una tragedia, ma come una realtà con cui fare i conti, senza autocommiserazione.
In un mondo in cui spesso si cerca la scorciatoia emotiva, Alex faceva l’opposto. Riportava tutto alla concretezza. Diceva, in sostanza, che la vita non è giusta né ingiusta. Sta a noi decidere cosa farne.
È per questo che è diventato un punto di riferimento per tante persone, soprattutto per chi si è trovato ad affrontare difficoltà enormi. Non offriva illusioni. Non prometteva che “andrà tutto bene”. Ma dimostrava, con i fatti, che si può andare avanti anche quando tutto sembra remare contro.
La sua forza non era solo nella resilienza, parola spesso abusata. Era nella lucidità. Zanardi non negava il dolore, non lo nascondeva. Lo affrontava, lo accettava, e poi costruiva sopra qualcosa di nuovo. E lo faceva con un sorriso.
Un sorriso autentico, mai forzato. Capace di alleggerire anche le situazioni più pesanti. Chi lo ha incontrato racconta spesso di una persona ironica, diretta, capace di mettere a proprio agio chiunque. Non c’era distanza tra il personaggio pubblico e l’uomo privato. Era coerente. Questo, forse, è il suo lascito più grande.
In un’epoca in cui si costruiscono narrazioni perfette, Alex Zanardi rappresentava l’imperfezione vissuta fino in fondo. Non cercava di essere un modello. E proprio per questo lo è diventato.
La sua storia ha attraversato lo sport, ma lo ha anche superato. È entrata nelle scuole, negli ospedali, nelle case di chi cercava una ragione per non mollare. Non perché fosse “più forte” degli altri, ma perché ha mostrato una strada possibile.
E questa strada non è fatta di miracoli. È fatta di piccoli passi. Di scelte quotidiane. Di momenti in cui si cade e si decide di rialzarsi, anche lentamente.
Negli ultimi anni, dopo il secondo grave incidente in handbike, il silenzio attorno a lui è stato diverso. Più rispettoso, più sospeso. Ma la sua presenza non è mai venuta meno. Perché ormai Zanardi era diventato qualcosa che andava oltre la cronaca.
Oggi, nel momento della sua scomparsa, il rischio è quello di trasformarlo in un simbolo immobile. Di chiudere la sua storia in una cornice fatta di frasi già sentite. Sarebbe un errore. Alex non era una statua. Era movimento.
Era uno che cambiava, che si adattava, che ridefiniva continuamente se stesso. Ed è questo che dovremmo ricordare. Non solo ciò che ha fatto, ma come lo ha fatto.
Non serve dire che “ci mancherà”. È vero, ma è anche troppo facile. Più utile è chiedersi cosa resta. E la risposta, in questo caso, è concreta: resta un esempio pratico di come affrontare la vita senza cercare alibi.
Resta l’idea che anche dopo un crollo totale si può ricostruire qualcosa di significativo. Resta la dimostrazione che la dignità non dipende dalle condizioni in cui ci si trova, ma da come si scelgono di vivere. E resta, soprattutto, una spinta.
Per chi è in difficoltà, per chi si sente fermo, per chi pensa di non farcela: la storia di Zanardi non è una favola irraggiungibile. È una testimonianza reale. Non dice che sarà facile. Dice che è possibile.
Forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo, senza retorica e senza eccessiva tristezza, come probabilmente avrebbe voluto lui: continuando a muoversi. Continuando a provarci. Continuando a vivere.
Perché, in fondo, Alex Zanardi non ha mai insegnato a vincere. Ha insegnato qualcosa di molto più importante: a non smettere di lottare. Sempre.
Credit: DTM (X)